Amministrazione dei sacramenti
Maggio: mese delle prime comunioni e delle cresime. Quest'anno i turni per le per le comunione sono il 22 e il 29 maggio alle ore 10. Le cresime invece saranno amministrate domenica 15 maggio solennità delle Pentecoste sempre alle ore 10.00.
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ATTIVITA' E APPUNTAMENTI DEL CATECHISMO
DALLA PRIMA SETTIMANA DI OTTOBRE SONO INIZIATI GLI INCONTRI DI CATECHESI PER I BAMBINI CHE DEVONO RICEVERE I SACRAMENTI. GLI INCONTRI SI SVOLGONO IL LUNEDI' MARTEDI' MERCOLEDI', IL Giovedì E VENERDI' DALLE ORE 17,15 ALLE ORE 18,30, SECONDO I VARI GRUPPI.
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MESE DI MAGGIO A MARIA
Si ricorda a tutti i fedeli che per il mese di maggio ogni sera si reciterà il Rosario meditato con le litanie cantate e la Messa vespertina con una breve catechesi mariana. Onoriamo tutti la Madonna uscendo dalle nostre case e partecipando in chiesa al rosario comunitario.
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GIUBILEO DEI CRESIMANDI CON IL VESCOVO
Giovedì 28 Aprile alle ore 17.00 i cresimandi della nostra parrocchia parteciperanno al Giubileo con l'Arcivescovo in Cattedrale. Appuntamento qui in parrocchia alle ore 16.15, dove si attende il pullman che ci porterà nella Chiesa del Gesu', in via dei Gesuiti. Da qui si andrà in Cattedrale per attraversare la porta Santa e partecipare all'incontro con l'Arcivescovo.
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PELLEGRINAGGIO GIUBILARE A ROMA
SI COMUNICA A TUTTI I PARROCCHIANI CHE LA PARROCCHIA HA ORGANIZZATO UN PELLEGRINAGGIO GIUBILARE PER L'ANNO SANTO A ROMA PER I GIORNI 11-12-13 MARZO CON LA PARTECIPAZIONE ALL'UDIENZA DEL PAPA FRANCESCO. LA QUOTA è DI 200 EURO, TUTTO COMPRESO. SI PREGA VIVAMENTE DI PRENOTARSI QUANTO PRIMA PRESSO IL PARROCO O P. SABINO.
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CATECHESI COMUNITARIA
Proseguono gli incontri di Catechesi comunitaria guidati dal Parroco ogni martedì, dalle ore 19.30 alle ore 20.30. Il tema che viene svolto è quello delle OPERE DI MISERICORDIA CORPORALI E SPIRITUALI.
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lettura del giorno

 

> catechesi comunitaria
Le opere di misericordia Enzo Bianchi Nel vangelo c’è una parola decisiva di Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12). È la “regola d’oro”, che stabilisce l’amore attivo di ciascuno di noi verso l’altro: una regola presente in tutte le culture della terra, perché elaborata dal “noi insieme” nel cammino di umanizzazione. Purtroppo non è abbastanza conosciuta e ripetuta l’universalità di questo comando, sovente sconfessato anche dalle religioni. Ma se questo imperativo è sentito come tale in ogni tempo e a ogni latitudine, significa che l’essere umano è capax boni, è per natura capace di discernere e operare il bene. È soprattutto in questa capacità che consiste l’immagine di Dio e la somiglianza con lui che ogni umano porta in sé (cf. Gen 1,26-27). Per questo, proprio su tale criterio avverrà il giudizio di ciascuno: quando il Figlio dell’uomo, alla fine della storia, giudicherà l’umanità intera, collocandola nella benedizione o nella maledizione, guarderà a ciò che ogni persona avrà fatto o non fatto verso il fratello o la sorella in umanità, che attendevano un’azione, un comportamento capace di sollevarli dal loro bisogno, dal loro soffrire (cf. Mt 25,31-46). Questo imperativo dell’amore dell’altro non è privilegio di una religione, ma è umano, umanissimo, ispirato dal cuore presente in ogni persona, che è capace di compierlo o di rifiutarlo. La fede cristiana, dunque, non ha creato questa regola d’oro, ma le ha dato un primato assoluto, chiedendo ai discepoli di Gesù Cristo di contribuire al cammino di umanizzazione e di non smentirlo mai: fare un’azione di misericordia verso gli altri è come farla verso il Signore Gesù Cristo (“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”: Mt 25,40), perché è fare la sua volontà (“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti: Gv 14,15). Ha detto recentemente papa Francesco: “È amando gli altri che si impara ad amare Dio” (3 ottobre 2015), ed è solo ascoltando gli altri che si impara ad ascoltare Dio. Questa non è un’eresia bonaria, né tanto meno si tratta di parole frutto di una fede senza Dio, ma è il cuore stesso del cristianesimo, che afferma un Dio fattosi uomo. Per chi è cristiano, il primo sacramento di Dio è il sacramento del prossimo e chi vuole andare a Dio non può evitare il sacramento di Dio che è l’umanità tutta raccolta in Gesù Cristo. Il comandamento “Amerai il Signore, tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5) ha sempre significato non tanto un imperativo a nutrire sentimenti di desiderio verso Dio quanto ad amarlo compiendo la sua volontà, ciò che lui desidera: “in questo, consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti” (1Gv 5,3). L’aver aggiunto a tale comandamento l’altro parallelo – “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18; cf. Mc 12,29-31 e par.) – è solo un’esplicitazione del primo comandamento, affinché non lo si pratichi in un modo che, anche se può essere comune a tutte le religioni, resta pur sempre sviante. L’amore per Dio, infatti, non è uguale all’amore di un idolo che è caro, amato, invocato proprio perché è muto e risponde ai nostri desideri, cioè un manufatto, opera delle nostre proiezioni! Per questo i profeti con coerenza chiedevano ai credenti vivere l’amore di Dio non attraverso il culto, i sacrifici, le preghiere, i digiuni, ma nello “sciogliere le catene inique, togliere i pesi del giogo, dare la libertà agli oppressi, … dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi è nudo” (Is 58,6-7). Ovvero, senza vivere una “carità presbite” che vede i bisognosi se sono lontani mentre trascura quelli vicini alla propria casa! I rabbini insegnavano che le azioni di misericordia del credente sono tali solo se conformi al comportamento di Dio, che “ha vestito Adamo ed Eva quando erano nudi, … ha visitato i malati apparendo ad Abramo in convalescenza, … ha consolato gli afflitti quando consolò Giacobbe, … ha nutrito con il pane del cielo i figli di Israele affamati e morenti di sete nel deserto, … ha seppellito Mosè quando egli morì” (Targum a Dt 34,6). Possiamo dire che tutta la Legge e i Profeti indicano dunque l’azione di carità dei credenti verso gli altri: è così che essi adempiono la volontà di Dio, realizzano nella storia il suo amore, permettono all’amore vivo, eterno e fedele di Dio di raggiungere le diverse situazioni in cui le creature soffrono e appaiono bisognose. Misericordia, cuore per i miseri, indica bene la fonte dell’azione del credente verso il suo prossimo. Il Nome di Dio, infatti, è “il Signore misericordioso e compassionevole” (Es 34,6; Sal 86,15; 103,8; 111,1; 145,8), e Gesù, Figlio di Dio e di Maria, è stato il volto umano di questa misericordia di Dio, è stato la narrazione (exeghésato: Gv 1,18) di questa “sostanza” del nostro “Dio” che “è carità” (1Gv 4,8.16). E quando questa carità si mette in movimento verso le sue creature, è sempre misericordia, amore che viene dalle viscere di una madre, tenerezza del cuore di un padre. La misericordia – si badi bene – non può restare un sentimento, ma proprio perché nasce dalle viscere profonde, quasi un istinto, una pulsione incontenibile, diviene un fare. Secondo le espressioni bibliche, la misericordia si fa (si veda, in particolare, Lc 10,37: “qui fecit misericordiam”), come si fanno i sacrifici, ma nella consapevolezza che Dio ha detto: “Voglio la misericordia e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,6; cf. Mt 9,13; 12,7). E proprio perché i cristiani non leggevano più le Scritture e non potevano avere assiduità con il vangelo scritto, nei secoli si è cercato di sintetizzare la volontà del Signore, e quindi la risposta del cristiano, in precetti e consigli. Così si sono compilate liste da ricordare a memoria nella vita quotidiana. Proprio a partire dalla pagina del giudizio universale ricordata sopra (a cui va aggiunto, per la sepoltura dei morti, un passo del libro di Tobia, Tb 12,12-13), si sono progressivamente individuate sette azioni di misericordia da compiere, dette anche azioni corporali, perché contrassegnate da un fare con il corpo intero verso il corpo di chi è nel bisogno. Più tardi si sono raccolte, sempre con il numero della totalità indicante la pienezza, sette azioni di misericordia spirituali, che cioè riguardano la vita interiore, spirituale degli altri, bisognosi di aiuto anche a questo livello. Tali distinzioni, nate con l’intenzione di essere delle semplificazioni, di servire quale aiuto e memoria per i credenti, rischiano però di frammentare in una casistica la realizzazione della misericordia, che deve sempre essere creativa. Occorre dunque la consapevolezza che, per fare azioni di misericordia, sono assolutamente necessari alcuni passi. 1. Innanzitutto il vedere: non basta guardare, occorre vedere, essere svegli e vigilanti, restare consapevoli che nel quotidiano dobbiamo non solo incrociare l’altro, guardarlo e passare oltre, ma vederlo, con uno sguardo che sappia leggerlo nella sua identità altra da noi, di fratello o sorella in umanità. Conosciuto o sconosciuto, l’altro va visto come uno uguale a noi in dignità e umanità. 2. Solo dal vedere scaturisce il secondo passo: avvicinarsi, farsi prossimo all’altro e così renderlo nostro prossimo. Nell’incontro, nella prossimità, nel volto contro volto, occhio contro occhio, si decide la relazione. L’altro non è più lontano, non è più uno tra tanti altri, ma ha un volto di fronte al mio e con il suo volto mi pone una domanda, accende la mia responsabilità. 3. L’ultimo passo è il sentire, provare compassione non solo con il cuore, ma con viscere che fremono, si commuovono. Qui si vede se uno ha il cuore di carne o di pietra (cf. Ez 11,19; 36,26), se è egoista e narcisista oppure se sa riconoscere il bisogno dell’altro fino a provare empatia, fino a soffrire con l’altro. Se si compiono questi tre passi, allora è quasi naturale agire, “fare misericordia”, sempre in modo diverso e creativo, sempre guardando al destinatario del nostro aver cura e non a noi stessi. Così accade che la misericordia di Dio, attraverso noi umani, può diventare misericordia concreta verso i bisognosi e gli infelici. In quest’anno della misericordia voluto da papa Francesco il primo nostro compito è quello di recuperare l’elementare grammatica dell’amore misericordioso di Dio: misericordia da parte di Dio conosciuta su di noi – anche questa è “conoscenza di Dio” (Os 6,6)! – e misericordia attiva da parte nostra verso i fratelli e le sorelle in umanità. In un epoca in cui si sono fatti progressi, anche se ancora deficitari, nel cammino di umanizzazione, sui temi della libertà e dell’uguaglianza, la fraternità rischia di essere dimenticata. Ma senza la fraternità anche la ricerca della libertà e dell’uguaglianza diventa debole e rischia di non essere sufficientemente fondata. Occorre un’“insurrezione delle coscienze” che affermi e ricerchi la fraternità a livello universale. Le sette opere di misericordia sono indicative di un cammino da compiersi a tutti livelli: personale, comunitario e politico. Comunque, ci vuole poco a capirlo: se io voglio bene a qualcuno, cioè voglio il suo bene, - gli do da mangiare bene, o meglio, gli faccio bene da mangiare; - gli procuro da bere e brindo insieme a lui con un po’ di vino; - lo aiuto a vestirsi degnamente; - gli do ospitalità a casa mia; - lo curo se è malato; - lo vado a trovare se lui non può venire a trovarmi; - gli do sepoltura quando morirà. È semplice e quotidiano!
 

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Data:2009-01-01
messaggio: "Di Generazione in Generazione". Giovani e Famiglia Traccia pastorale 2017-2018 di S.E. Mons. Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto in occasione dell'Assemblea Diocesana presso la Scuola Allievi della Guardia di Finanza in Bari-Palese. Mercoledì 20 settembre 2017, ore 18.00. INTRODUZIONE Lo scorso anno pastorale, inserendosi nel cammino di tutta la Chiesa, alla luce dei due Sinodi sulla Famiglia, anche la nostra Chiesa diocesana ha orientato il suo sguardo sulla Famiglia preoccupandosi non solo di riflettere sulla ricchezza e sulle sfide che oggi essa vive, ma anche di come coinvolgere la comunità cristiana soprattutto dove le famiglie vivono una fragilità nelle relazioni. Una riflessione su una realtà così importante e fondamentale come la Famiglia non può esaurirsi nel cammino di un anno. Per questo motivo, anche in preparazione al Sinodo sui Giovani indetto da Papa Francesco per il prossimo anno, la nostra Chiesa diocesana continuerà la sua riflessione sulla Famiglia, ma con uno sguardo particolare al rapporto Giovani e Famiglia. Infatti, Papa Francesco ricorda che «il legame virtuoso tra le generazioni è garanzia di futuro, ed è garanzia di una storia davvero umana» (Amoris Laetitia, 189). Alla luce di queste considerazioni, abbiamo scelto la storia di Giuseppe d’Egitto come riferimento per la nostra riflessione nel nuovo anno pastorale. La racconta il libro della Genesi (cc. 37-50). Dopo il ciclo di Abramo e quello di Isacco e Giacobbe, quella di Giuseppe è presentata come la terza grande storia patriarcale. Perché proprio la storia di Giuseppe? Perché non è solo la storia di una famiglia, ma soprattutto una storia di fratelli e del loro rapporto col padre. Ci insegna che più matura l’amore tra i fratelli, più cresce l’amore di figli e più si realizza in pienezza l’amore del padre. Percorreremo il cammino della Chiesa attraverso l’Anno Liturgico (ciclo B), lasciandoci ancora una volta guidare dal metodo mistagogico, che permette alla comunità cristiana di comprendere e vivere il rapporto che lega annuncio, celebrazione e vita. AVVENTO-NATALE «Sono in cerca dei miei fratelli» (Gen 37,16) Nella storia della salvezza I primi cristiani e i Padri della Chiesa mettono in parallelo la figura di Giuseppe d’Egitto con la figura di Gesù. La predilezione dell’anziano padre Giacobbe per Giuseppe, avuto dall’amata sposa Rachele, si collega alle parole del Padre per Cristo: «Questo è il Figlio mio, l’amato» (Mt 4.17). La scena del nostro racconto si apre con la pronta risposta di Giuseppe alla chiamata-invito del padre di raggiungere i suoi fratelli: «Eccomi» (Gen 37,3). A chi incontrandolo gli chiede: «Che cosa cerchi?», Giuseppe risponde: «Sono in cerca dei miei fratelli» (Gen 37,15-16). Come Giuseppe è inviato a ricondurre i fratelli a Giacobbe, così Gesù è mandato dal Padre, «perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,5). Nella celebrazione liturgica La storia di Giuseppe dona nel tempo di Avvento la consolazione di essere «cercati da Dio» attraverso Gesù. La prima domenica di questo tempo si apre con il grido orante del popolo per bocca del profeta Isaia: «Tu, Signore, sei nostro padre… Perché ci lasci vagare lontano dalle tue vie? Ritorna per amore dei tuoi servi» (63,16-17). Cercare i fratelli, andando loro incontro, esprime l’ansia missionaria della comunità. Si può concretizzare nell’accoglienza, durante la liturgia domenicale, delle famiglie e dei ragazzi dell’Iniziazione Cristiana; si può valorizzare il cammino dei giovani attraverso l’adesione pubblica alle associazioni e ai movimenti presenti in parrocchia (Azione Cattolica, Scouts, ecc.). La domenica dovrebbe aiutare adulti, giovani e piccoli a incrociare i loro sguardi sotto lo sguardo di Dio. Nella storia degli uomini In una società che esalta l’individualismo, che paradossalmente facilita i legami virtuali ma annulla quelli reali e crea situazioni di solitudine e di emarginazione, la comunità cristiana deve impegnarsi ad offrire occasioni e opportunità di relazioni, a partire dai vari gruppi presenti in parrocchia per arrivare a quanti, per vari motivi, si affacciano ad essa. Ma è soprattutto verso i giovani che l’attenzione della comunità dovrà mostrare particolare premura, perché soprattutto loro rischiano di avere come interlocutore privilegiato lo schermo del proprio computer o il display del telefonino. Anche le nostre famiglie dovrebbero vivere la ricerca di Giuseppe curando le relazioni e dando più spazio al dialogo tra genitori e figli. Come tradurre in gesti concreti, nelle nostre comunità, la missione affidata a Giuseppe dal padre e che egli vive come vocazione? È l’occasione per dare nuovo impulso all’incontro settimanale della comunità (cfr. La Mistagogia, 83-89). TEMPO ORDINARIO (Prima parte) «Giuseppe fece un sogno e lo raccontò» (Gen 37,5) Nella storia della salvezza Giuseppe racconta ai suoi fratelli due sogni, tanto che i fratelli lo chiamano ironicamente «il signore dei sogni» (Gen 37,19). «Nella Bibbia il sogno è spesso il momento della chiamata, un momento in cui Dio si rivela e manifesta la sua vocazione» (M. I. Rupnik). Raccontando i suoi sogni Giuseppe accende l’invidia dei fratelli. Tuttavia «mentre i fratelli divennero invidiosi di lui, il padre tenne per sé la cosa» (Gen 37, 4). L’atteggiamento di Giacobbe nell’ascoltare i sogni del figlio Giuseppe richiama l’atteggiamento di Maria nei confronti di Gesù. Ricordiamo, in particolare, il momento nel quale Gesù rivendica la missione affidatagli dal Padre ai genitori che lo cercano: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49). L’evangelista annota di Maria: «Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,51). Giuseppe per dono di Dio diventerà più grande dei suoi fratelli e per la sua capacità di interpretare i sogni farà fortuna in Egitto, prima nella casa di Potifar e dopo presso il Faraone. Nella celebrazione liturgica La prima parte del Tempo Ordinario, attraverso il racconto evangelico della chiamata dei primi discepoli, apre alla comprensione della vita come chiamata alla sequela e alla riscoperta della figliolanza divina. «Che cosa cercate?» (Gv 1,38): la domanda di Gesù ai discepoli che lo seguono diventa appello per ogni uomo, e in modo particolare per i giovani chiamati a scegliere quale strada percorrere per costruire il proprio futuro. Allo stesso tempo, l’invito di Gesù ai discepoli: «Venite e vedrete» (Gv 1,39) mostra che la risposta a una domanda così importante per la vita non può essere affidata semplicemente alle parole. Il Vangelo della II domenica per annum (ciclo B), che racconta dei due discepoli di Giovanni che seguono Gesù (Gv 1,35-42), continua nella domenica successiva (III) con la chiamata dei primi discepoli sul mare di Galilea; «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» (Mc 1,16-20). Nella storia degli uomini È opportuno chiedersi come si pongono gli adulti verso i giovani quando ascoltano i loro sogni. Gli adulti, e in modo particolare i genitori, hanno la responsabilità di ascoltare i «sogni» dei figli. Papa Francesco richiama spesso le parole del profeta Gioele: «I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1), per suggellare l’alleanza fra le generazioni. QUARESIMA «Lo spogliarono della sua tunica» (Gen 37,27) Nella storia della salvezza Giuseppe, ingiustamente perseguitato, viene preso dai fratelli, spogliato della sua tunica, quella tunica dalle lunghe maniche, e gettato in una cisterna. La vicenda di Giuseppe prepara la storia di Gesù, ingiustamente perseguitato, catturato dai suoi fratelli giudei, venduto da Giuda, spogliato della sua tunica speciale che i romani non vollero dividere. Ma la sua tunica non sarà intrisa dal sangue di un capretto perché sarà lui stesso l’Agnello immolato sulla croce. Giuseppe venduto dai fratelli, per venti sicli, annuncia già il dramma di Cristo, venduto da Giuda per trenta monete. Nella celebrazione liturgica La storia di Giuseppe viene proposta dalla liturgia quaresimale, e precisamente il venerdì della II settimana. Il racconto che narra del disegno omicida dei fratelli di Giuseppe viene accostato alla parabola dei vignaioli che uccidono il Figlio inviato dal Padre, padrone della vigna (Mt 21,33-46). La vicenda drammatica di Giuseppe introduce la comunità cristiana al mistero della Croce che nel ciclo B della Quaresima rappresenta il tema centrale delle domeniche. Infatti, c’è un cammino progressivo ritmato dai Vangeli domenicali: in modo particolare, la terza, quarta e quinta domenica, attraverso l’immagine del tempio, del serpente e del chicco di grano, orientano lo sguardo sempre sul mistero della Croce. Nella storia degli uomini Dobbiamo chiederci se non siamo anche noi tra quelli che a volte «tolgono la tunica» ai più giovani o ai più deboli. La nostra società non «spoglia» i giovani della tunica, quando rende loro difficile accedere al mondo del lavoro? Anche la comunità cristiana rischia di «spogliare» i giovani della tunica quando li considera solo presenza vivace ma inaffidabile al suo interno. Vale la pena ricordare che «i giovani non si percepiscono come una categoria svantaggiata o un gruppo sociale da proteggere e, di conseguenza, come destinatari passivi di programmi pastorali o di scelte politiche. Non pochi tra loro desiderano essere parte attiva dei processi di cambiamento del presente» (Sinodo dei Vescovi, XV Assemblea Generale Ordinaria, Documento Preparatorio). Un modo concreto per valorizzare la presenza giovanile nelle comunità cristiane può essere quello di un loro maggiore coinvolgimento negli organismi pastorali di partecipazione. Dopo aver iniziato il cammino dell’anno con il pellegrinaggio di giovani e famiglie insieme, invito a ritrovarci ancora come pellegrini in Cattedrale in occasione della Festa dell’Odegitria, patrona della nostra diocesi, per un momento dedicato particolarmente ai giovani e alle famiglie. Rappresenta una ulteriore tappa del cammino preparatorio verso il Sinodo dei giovani. PASQUA – PENTECOSTE «Ma il Signore fu con Giuseppe» (Gen 39,21) Nella storia della salvezza Nella tradizione giudaica Giuseppe, umiliato e poi esaltato, è la figura del «servo di Jahvè» (Is 53). Anche Gesù viene venduto dai «fratelli» e, nonostante tutto, è Lui che salva sia gli ebrei che i pagani, come Giuseppe ha salvato gli egiziani e gli ebrei dando a tutti il pane. Giuseppe dà il pane e Gesù dà l’eucaristia. Rileggere la storia di Giuseppe come profezia del mistero di morte e risurrezione sigillato da Cristo, può aiutare a comprendere meglio l’originalità della fede cristiana, cioè a sperimentare cosa significhi realmente che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi» (Rm 8,18). Nella celebrazione liturgica La necessità del cibo che porta i fratelli di Giuseppe in terra d’Egitto diventa occasione per riconoscersi figli dello stesso padre Giacobbe e quindi come fratelli. Il tempo pasquale, la bellezza dell’essere Chiesa, ci fa pregare: «la tua Chiesa, riunita dallo Spirito Santo, ti serva con piena dedizione e formi in te un cuore solo e un’anima sola» (Colletta del mercoledì VII settimana di Pasqua). I sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, che in questo tempo pasquale coinvolgono numerose famiglie, dovrebbero diventare occasione per aiutarle a riscoprire la bellezza del dialogo tra le generazioni. Perché non coinvolgere la comunità parrocchiale a vivere con le famiglie un incontro di preghiera alla vigilia della celebrazione dei sacramenti? Nella storia degli uomini La Pasqua non è solo guardare al futuro dopo la morte, ma vivere la certezza che in Cristo, come nella vita di Giuseppe, non siamo soli nelle situazioni di ingiustizia, di dolore o di morte. Come Giuseppe gettato nella cisterna, tutti aneliamo a una risurrezione che ci risollevi da situazioni di morte e aiuti a guardare il futuro senza timore. Molte sono le famiglie prigioniere nelle cisterne dell’incomprensione, del fallimento delle relazioni, della preoccupazione per il futuro incerto dei figli. Può aiutare quanto dice Giuseppe prima di risolvere l’enigma dei sogni del faraone: «Non io, ma Dio darà la risposta» (Gen 41,16). Nell’epoca dell’«evaporazione del padre» (Lacan, Recalcati), non è facile trovare un padre o una madre spirituale che aprano la mente e il cuore a una lettura sapienziale della storia personale e sociale. Soprattutto i giovani desiderano incontrare adulti maestri di fede, amore e umiltà. In questo tempo pasquale propongo a tutta la comunità diocesana di vivere una peregrinatio della tenda dell’incontro che, a partire dal pellegrinaggio dei giovani e delle famiglie alla festa dell’Odegitria, attraverserà i nostri centri abitati. Si tratta di pensare uno spazio e un tempo dove adulti e giovani possano confrontarsi con le domande, i sogni, le speranze che accompagnano la ricerca di senso e di pienezza della loro vita. Un invito concreto per le comunità ad allargare lo spazio della nostra tenda, liberando gli adulti dall’illusione dell’autoreferenzialità e favorendo la partecipazione dei giovani alla vita sociale ed ecclesiale nella responsabilità fedele e nel dono gratuito di sé. TEMPO ORDINARIO (seconda parte) «Io sono Giuseppe, il vostro fratello» (Gen 45,4) Nella storia della salvezza Il flagello della carestia costringe i fratelli di Giuseppe ad andare in Egitto per trovare il cibo necessario alla loro sopravvivenza. L’incontro con Giuseppe, non ancora riconosciuto dai fratelli, trasforma in realtà il sogno dei covoni. Nel comando del faraone agli Egiziani: «fate quello che vi dirà» (Gen 41,55) risuonano le stesse parole che Maria dirà ai servi durante le nozze di Cana: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Ma l’incontro di Giuseppe con i fratelli offre un ulteriore motivo di riflessione. Giuseppe perdona e salva i suoi fratelli che, tuttavia, come lui devono sperimentare la dinamica del mistero pasquale: prima devono prostrarsi davanti a lui «con la faccia a terra» (Gen. 42,6), sperimentare la prigione, e solo dopo, con il piccolo fratello Beniamino potranno sedere alla stessa tavola, riconoscere Giuseppe e scoprire la bellezza dell’amore fraterno. Quella che un tempo era solo una famiglia formalmente costituita, grazie al sacrificio di Giuseppe, alle prove vissute con totale fedeltà a Dio, diventa segno del popolo santo che Dio ha eletto, preludio e profezia della Chiesa nata dal costato trafitto di Cristo. Nella celebrazione liturgica La seconda parte del Tempo Ordinario, che riprende dopo la solennità di Pentecoste, è introdotta dalle solennità della Santissima Trinità, del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù e del Sacro Cuore. Tre solennità che rappresentano una sintesi del Mistero annunciato, celebrato e vissuto nello scorrere dell’Anno Liturgico: l’amore del Padre, che ha inviato il Figlio a cercare i suoi fratelli, si fa pane di vita nel Corpo e Sangue di Cristo e si offre continuamente a noi per custodirci nell’abisso d’amore del suo Cuore, che è la vita stessa del Padre comunicata a noi. Il segno più luminoso di questa vita recuperata alla comunione è la testimonianza della Vergine Maria e dei Santi che scandiscono con le loro memorie liturgiche il tempo ordinario della nostra vita cristiana, offrendosi come modello e sostegno attraverso le feste che la tradizione e la devozione popolare continuano a proporre. Sono feste che possono diventare preziosa occasione, se vissute cristianamente e purificate da forme di spreco inopportuno, per evangelizzare e scoprire la bellezza di una fede di popolo che si trasmette dalle generazioni adulte a quelle più giovani. Nella storia degli uomini Come Giuseppe, ciascuno di noi è chiamato a cercare i fratelli, dai più vicini ai più lontani. La storia di Giuseppe insegna che siamo cercati e cercatori: Cristo cerca noi e noi, membra del suo Corpo, abbiamo la responsabilità di cercare gli altri perché tutti prendano parte alla gioia del Regno di Dio (cfr. la Lettera pastorale Cerca e troverai). «Da questo punto di vista, il ruolo di genitori e famiglie resta cruciale e talvolta problematico. Le generazioni più mature tendono spesso a sottovalutare le potenzialità, enfatizzano le fragilità e hanno difficoltà a capire le esigenze dei più giovani. Genitori ed educatori adulti possono anche aver presenti i propri sbagli e che cosa non vorrebbero che i giovani facessero, ma spesso non hanno altrettanto chiaro come aiutarli a orientare il loro sguardo verso il futuro» (Sinodo dei Vescovi, XV Assemblea Generale Ordinaria, Documento Preparatorio). CONCLUSIONE La conclusione di questa traccia pastorale la affidiamo a una indicazione di Papa Francesco nell’Esortazione Amoris laetitia: «In famiglia, tra fratelli si impara la convivenza umana… Forse non sempre ne siamo consapevoli, ma è proprio la famiglia che introduce la fraternità nel mondo! A partire da questa prima esperienza di fraternità, nutrita dagli affetti e dall’educazione familiare, lo stile della fraternità si irradia come una promessa sull’intera società» (n. 194). + Francesco Cacucci, Arcivescovo


 

 
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